GUIDO CALZA.

VILLEGGIATURE IN ROMA ANTICA.


La lettura: Rivista mensile del Corriere della Sera, agosto 1941.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Paolo Alberti e Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Si potrebbe credere che il desiderio e il bisogno di  villeggiare sia una conseguenza della nostra civilt meccanica e rumorosa, della nostra vita moderna movimentata ed affannata. Non  cos. I Romani, la necessit della villeggiatura, la sentirono come noi. Fuggivano dalla citt in campagna per gli stessi nostri motivi: per ragioni sanitarie ed igieniche, per interrompere il lavoro di ogni giorno, per riposarsi dalle fatiche e dalle gravi cure degli affari privati e di Stato, per allontanarsi dal rumore assordante di una citt come Roma che non era n sotto la Repubblica n sotto l'Impero, una citt silenziosa come abbiam tentato di renderla noi oggi.
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L'amore per la campagna e il desiderio di villeggiare nascevano o, per contrasto, dal disgusto della vita cittadina, o per un intimo bisogno di vivere, una volta tanto, conforme a natura fuggendo tutto ci che v' di convenzionale, di fittizio nel viver cittadino dove la civilt conduce a vivere spesso fuori della verit.
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E poich la natura  una scuola di verit e di libert essa finisce ad essere una grande scuola di moderazione e di possesso di s stessi.  questo il tema della decima epistola di Orazio in cui il poeta espone e riassume quel che sentivano, in fondo, i migliori tra i cittadini. Ma poich contro questi ruris amatores c'erano, impenitenti, anche gli urbis amatores che non si rassegnavano a rinunciare neppure per breve tempo al lusso, al divertimento, alle compagnie spensierate, ai pettegolezzi cittadini, facevano in sostanza, quel che si fa spesso anche noi oggi: si trasferiva in campagna la vita di citt, mutando ambiente ma conservando modi, abitudini, atteggiamenti urbani.
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Esattamente come noi, i Romani avevano dunque due modi di villeggiare.
La villeggiatura elegante mondana con cui allegre e spensierate brigate continuavano, in sostanza, in un ambiente marinaro o campestre la stessa vita di piacere che conducevano in citt.
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La pi celebre e pi frequentata tra le villeggiature antiche di questo tipo era Baia, lanciata, come oggi si direbbe, dal dittatore Silla un secolo prima dell'era nostra, e la cui fama di stazione termale  durata non solo fino alla fine dell'Impero (Cassiodoro nel sesto secolo ne parla ancora ammirato) ma giunge fino ai tempi del Petrarca e del Boccaccio che la ritengono perfino pericolosa alle virt femminili.
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Non ebbe infatti mai fama di buon costume, tanto che il console Simmaco verso il 390 dell'era nostra, pur non tralasciando di passarci alcuni giorni, si sente in dovere di confessare in una sua lettera: "io conduco dappertutto una vita di uomo consolare e anche sulle rive del Lago Lucrino trovo il modo di essere grave". Segno evidente che non era facile n rinunciare alle molte e varie tentazioni che fornivano i bagni di Baia, n allontanarsi dalle allegre brigate partecipanti alle serenate di musici e di cantanti sul golfo di Napoli che aveva gi cullato gli amori del giovane Celio e di Clodia, la Lesbia di Catullo, e sulle cui acque impazzava la giovinezza aristocratica repubblicana e imperiale.
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Non erano per i bagni in mare a render celebre e frequentata Baia. Per quanto i Romani amassero e sentissero molto la poesia e il fascino del mare, e appassionati erano di gite in barca, non pare abbiano mai preso bagni di mare se non forse quando conducevano acqua marina, riscaldandola, nelle vasche delle loro ville. Amantissimi erano invece di bagni termali che costituivano la terapia migliore per i loro pi comuni malanni, uricemia e gotta. E Baia appunto aveva allora sorgenti termali tra le pi celebri e prodigiose e frequentate, come lo erano del resto i molti altri luoghi di cura di cui era disseminata l'Italia non meno che oggi, giacch quelli stessi che noi usiamo erano gi noti ai Romani.
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Altrettanto attraenti erano le villeggiature marine anche se non s'usava prender bagni di mare. Tutte le spiagge erano frequentate, il Tirreno forse pi dell'Adriatico, le cui coste specie da Venezia fino a Ravenna e Rimini vennero di moda soltanto nel secondo secolo dell'Impero e ancor pi lo furono sotto Diocleziano. Non spaventavano neppure i lunghi viaggi (quanto pi incomodi e lenti dei nostri) per raggiungere villeggiature lontane come Aquileia o il lago di Como dove si recava Plinio, o le coste calabre dove Cassiodoro aveva una villa.
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Invece, ci che sembra non abbiano avuto i Romani  l'amore e il desiderio per l'alta montagna. Non la capivano, non ne provavano il gusto. Il loro orizzonte montano sembra limitato ai colli Albani, a monti Sabini o all'Appennino toscano. Essi preferirono certo al paesaggio alpestre e di carattere nordico le campagne e le colline dell'Italia centrale e meridionale in cui  pi rigoglioso e pi vivo lo splendore della natura che essi sentivano e gustavano non con quel senso di romantici che prevarr nel Settecento e nell'Ottocento ma con sentimento patetico e con un interesse e una ammirazione quasi religiosa.
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 appunto il diverso sentimento verso la natura che d luogo al secondo tipo della villeggiatura dei Romani, la pi interessante per noi e di cui restano pi esplicite memorie, e nella quale possiamo meglio seguire la vita dei cittadini migliori: ritirarsi per qualche tempo in una villa di campagna e scorrervi giorni tranquilli e sereni in comunione con la natura e con s stessi, questo era l'ideale antico. La villeggiatura considerata non soltanto come un intervallo estivo concesso al nostro comune lavoro e vissuto come un episodio dell'annata, ma sentita come parte integrante della vita.
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Villeggiare significa per noi creare una dissonanza nella nostra vita normale; per i Romani era un continuare l'armonia delle loro giornate terrene. Il diario di un cittadino di Roma, anche spiritualmente inteso, non sarebbe completo se gli togliessimo le pagine dedicate alla campagna. Si differenziarono in questo anche dai Greci i quali come non ebbero una parola equivalente a villa, non concepirono n l'idea della villeggiatura n lo spirito e l'ambiente a cui si informava questa idea presso i Latini. Questi che furono originariamente e sostanzialmente degli agricoltori, cercarono nella villeggiatura di soddisfare l'amore e il culto dei campi, di curare il loro fisico e di alimentare i propri bisogni spirituali ed estetici. Il Romano andava in campagna per poter vivere una vita pi intima, pi personale di quella che conduceva in citt.
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La parte attiva che egli prendeva agli affari dello Stato, partecipando alle guerre, alle lotte di partito, alle molteplici funzioni del regime imperiale, in una citt come Roma divenuta assai presto grande, rumorosa, affollata di gente, affaticava mente e spirito irritando e indebolendo il sistema nervoso degli uomini migliori, oberati da cariche pubbliche e circondati da una vasta clientela. Lo stimolo a fuggire l'Urbe era dato quindi non solo da ragioni sanitarie ed estetiche, ma da motivi psicologici.
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La stretta subordinazione e la rigida sottomissione dell'individuo allo Stato, fosse esso repubblica o impero, rendevano desiderosi i pi di affrancarsi da una continua e dura disciplina per sentirsi padroni di s stessi, per ritrovare il proprio io in piena e libera comunanza con la natura. "Vivo et regno", dir Orazio, appena oltrepassato il cancello della sua villa in Sabina, come prima di lui Cicerone scriveva da Anzio: "Preferisco essere duoviro qui piuttosto che console in Roma".
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D'altra parte non erano pochi coloro che impiegavano parte della loro ricchezza in fondi rustici tanto pi redditizi quanto pi eran curati e sorvegliati dai proprietari. Sicch molti Romani eran portati ad allontanarsi dall'Urbe da un complesso di ragioni sanitarie, spirituali, economiche. Necessit e possibilit che non sentivano n consentivano invece di muoversi dai centri urbani, ai meno abbienti, e a quasi tutti quei parassiti dei pi ricchi ed illustri cittadini che avvezzi a vivere alle loro spalle si disperavano di questa moda della villeggiatura che li costringeva una volta tanto, a vivere "quasi cochleae... suo sibi suco", come ostriche nel proprio liquido, ci dice Plauto.
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Uno del primi che trov nella campagna un efficace riposo e un acquietamento spirituale fu Scipione Africano due secoli innanzi l'era nostra, cercando di dimenticare nella sua propriet di Liternum in Campania, la invidia che avevano suscitato i suoi trionfi militari. Appunto parlando di lui, Cicerone ci dice che l'otium come si chiamava il riposo campestre, ha la facolt di farci tornare fanciulli e di distrarre l'anima in tensione (otii fructus, est animi non contentio sed relaxatio).
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Lo starsene in campagna, rusticari, che equivale con pi efficace e compita espressione al nostro villeggiare, fu dunque prima una necessit che una moda, pi un tenor di vita che un vezzo o un capriccio per i Romani i quali fecero a gara nel crearsi tranquilli e ameni rifugi campestri. Non v' cittadino di grado un po' elevato che non impieghi una parte delle sue sostanze nel costruirsi una villa non solo negli immediati dintorni di Roma ma nelle pi belle localit d'Italia. Non c' letterato o poeta che non aspiri ad avere, tutta sua e solo sua, una casetta in campagna come la ebbe Orazio. E gi negli ultimi tempi della repubblica non ci si accontentava pi di possedere una sola villa, ma si cercava di poter villeggiare, a seconda delle stagioni, al mare, in collina o sui laghi, vicino o lontano da Roma.
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Cos Lucullo prodig le sue ricchezze nella villa di Miseno e di Tuscolo, e Cicerone alternava i suoi riposi nelle sue otto propriet a Pozzuoli, Cuma, Formia, Anzio, ma soprattutto nella villa del Tuscolo, la sua preferita. Pi di un secolo dopo, nella pi fulgida epoca imperiale, sar Plinio il giovane a descriverci la sua villa sul litorale di Ostia e quella in Toscana. .
Pi tardi ancora alla fine dell'impero uno degli ultimi e pi strenui difensori del paganesimo, console e oratore illustre, Quinto Aurelio Simmaco, esalta con la stessa intensit dei suoi predecessori la vita di campagna che egli conduceva nelle sue vaste propriet suburbane. Le pagine pi vive e interessanti della vita di un cittadino romano delle classi agiate ed intellettuali vanno rintracciate nei loro soggiorni campestri. Sopra tutto qui, essi ci danno la misura del loro equilibrio spirituale, del loro quadrato temperamento di cittadini, della loro elevatezza morale.
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Se le funzioni di Stato che assorbivano la maggior parte delle loro energie, riducevano spesso ad uno schema uniforme tanto la vita urbana quanto le manifestazioni della personalit dell'uomo pubblico, nella campagna ciascuno, toltasi di dosso la toga (e la gioia di toglierla non fu ignota neppure al grave Plinio) ritrovava il proprio io, in una intima comunione della natura e in una pi libera espansione di sentimento.
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Sono i Romani che ce lo dicono, descrivendoci la loro vita di campagna. Cicerone ci parla spesso del suo Tusculanum e in esso, situato forse sul colle delle ginestre presso Grottaferrata, lavor ai libri dell'oratoria, medit nuova forma al suo De republica, intitol Tuscolanae le questioni filosofiche sul problema della felicit, tenendosi sempre in corrispondenza con gli amici, molti dei quali invitava con lui. Talvolta si recava nella vicina villa di Lucullo a prendere a prestito libri della biblioteca ricchissima che questi aveva.
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Un giorno vi trov Catone piegato il capo pensoso su volumi di filosofi stoici e si mise a discutere con lui sulla celebre questione del sommo bene. Cos, tra letture istruttive ed amene, con passeggiate nei dintorni, con discussioni politiche e filosofiche passava la giornata Cicerone nella sua villa costruita con un certo lusso, e fornita di biblioteca e di due edifici porticati che egli chiam uno Liceo, e l'altro Accademia.
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Incaricato di comprargli delle statue era stato l'amico Attico, ma le spese sostenute sia per le altre ville di Formia e di Pompei, sia per il Tuscolano, indebitarono Cicerone. La sua diletta villa, dopo che egli nel '58 fu esiliato, venne saccheggiata e ne furono asportati suppellettili ornamenti e perfino gli alberi, n bast a riattarla il mezzo milione di sesterzi che il Senato a risarcimento dei danni decret a Cicerone tornato d'esilio.
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Pi modesta di costruzione e di arredo dovette certo  essere la villa che Orazio ebbe in dono da Mecenate nel 33 avanti Cristo. Se ne sono ormai rintracciate sistemate e restaurate le vestigia presso il paesino di Licenza sopra Tivoli. Non sono ruderi imponenti, ma la bellezza del luogo e la certezza che qui Orazio pass molti tra i migliori giorni della sua vita e vi pens e dette impareggiabile forma alla sua poesia ce li rendono tra i pi cari e venerabili che l'antichit ci ha lasciato.
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Era una modesta villetta ma per lui era una regia, tanto che pu dire a Mecenate: tu me fecisti locupletem. Si considerava infatti ricco per aver una casa di campagna di dodici stanze fornita di portici e di un giardino interno, e di un bagno completo; circondata da un orto e da un boschetto di quercie e di elci, dedicato a Fauno, dov'era dolce bere coppe di sincero vino di Lesbo e dimenticare le contese politiche e la tumultuosa vita cittadina, ed altrettanto piacevole cenare all'aperto consumando un breve rustico pasto addormentandosi poi sull'erba presso il ruscello (ricordate? Cena brevis iuvat et prope rivum somnus in herba).
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Si sentiva ricco in questa sua villetta, situata fra valle e monte sopra un ameno poggio dove si associava al vivo suono di una fonte d'acqua freschissima il rumore pi cupo di un torrente. Qui in casa sua, lontano dal chiasso cittadino, dai seccatori e dai clienti noiosi poteva invitare gli amici a godere dei campi non alterati dall'artificio urbano. Bene a ragione poteva dire a Mecenate: non chiedo di pi: gli dei e la tua benevolenza mi han dato pi di quanto desideravo (satis superque me benignitas tua ditavit). Di giorno Orazio si diverte a sorvegliare i lavori dei coloni, e, a rischio di farsi deridere da loro, a zappare la terra, a toglier ciottoli dai campi, ma soprattutto a starsene con s stesso.
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La pace della campagna spinge Orazio verso la filosofia: quel che c'era di epicureo in lui e che metter ancora in contrasto la sua condotta con i suoi princip, cede a poco a poco a quel suo costante desiderio di vincere i propri istinti e le proprie passioni per trovare la gioia nella serenit dello spirito. Serenit che gli  data dall'intima comunione con la natura e dalla onesta conversazione con i suoi vicini. Gente semplice e alla buona questi rurali che non ragionano da maestri ma hanno sempre pronta la formula di un proverbio o la saggezza di una vecchia favola per dar forma viva e concreta alle loro riflessioni morali.
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Non meraviglia quindi che Orazio chiami divine tali incantevoli serate campestri (o noctes cenaeque deum!), dove la quiete del corpo e il riposo dell'anima si associavano alla contemplazione della natura. Dir Pascal che tutta l'infelicit umana dipende da una sola cosa: non saper trovare riposo nella propria dimora. Orazio ha saputo trovarlo nella sua villeggiatura e ce ne ha insegnato il modo. Un secolo pi tardi, nel pieno apogeo dell'Impero, Plinio il giovane cercher e trover lo stesso conforto villeggiando sia nella sua villa di Ostia che in quella di Toscana.
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La descrizione che ci  rimasta nelle sue lettere di queste due ville  cos minuta che pu servirci di base per ricostruire il tipo planimetrico e architettonico di una villa signorile imperiale fornita di tutte le possibili comodit e orientata in modo da poter godere il massimo fresco d'estate e prendere tutto il sole d'inverno.
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Diciassette miglia soltanto  lontano da Roma, egli ci dice, il mio Laurentino (le poche rovine rimaste sono identificate sul litorale di Ostia presso lo sbocco della via Imperiale) in modo che ultimati gli affari della giornata in citt vi si pu andare la sera e restarvi la notte. La villa  grande abbastanza n la sua manutenzione richiede molta spesa. Nella prima parte vi  un piccolo atrio ma decoroso, dal quale si accede ad un portico che ha forma tondeggiante di un O assai utile nelle giornate di cattivo tempo giacch esso non solo  protetto da lastre trasparenti di selenite ma ancor pi dalle alte costruzioni che lo circondano. Segue un triclinio che sporge sul mare tanto che se soffia il libeccio esso viene bagnato leggiermente dagli ultimi colpi dell'onda.
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 tutto aperto per mezzo di ampie porte e finestre sicch vi si gode per tre lati la vista del mare come se questo non fosse uno solo ma tre diversi mari e dall'altro lato la prossima selva e i monti lontani. A fianco del triclinio vi  un'ampia stanza da letto che da una finestra riceve il sol levante e dall'altra trattiene il sole di ponente, e pi in l una biblioteca tutta finestre nelle quali il sole entra da mattina a sera. Essa contiene degli armadi a muro dove stanno dei libri di facile e piacevole lettura, e presso la biblioteca v' una stanzetta per riposare.
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Il resto di questa parte della villa  destinata ai servi e ai liberti ma  cos ben tenuta che vi possono alloggiare anche gli ospiti di passaggio. Nell'alta parte della sala (abbrevio di molto la descrizione) sono varie stanze da letto e salotti comprese due grandi vasche per bagno in cui si pu anche nuotare, con annesso spogliatoio, stanza dei profumi e una piscina d'acqua calda. Alle estremit si innalzano due torri in cui vi sono due appartamentini e cantina e granaio. Dall'ultima torre si vede il giardino e il viale che vi adduce, fiancheggiato e di bosso e di rosmarino perch il bosso esposto ai venti marini inaridisce. Nel viale si pu passeggiare anche a piedi nudi tanto il terreno  soffice. L'orto  provvisto di mori e di fichi e l'orto rustico  ben provvisto di erbaggi.
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Intorno all'orto  un portico coperto aperto sul mare con finestre pi rade e sulla campagna pi fitte, in modo che secondo il vento si possono tenere aperte le une o le altre. Da questa parte  il mio appartamento prediletto, s, proprio il mio amore, e che io stesso mi son fabbricato e nel quale c' un cubicolo dove ho la vista o del mare o della villa e della selva cos da disunire e da confondere insieme le varie visuali (tot facies locorum totidem fenestris et distinguit et miscet). Una porta del cubicolo  occupata dall'alcova dove non si odono n le voci dei servi n il rumore del mare n lo strepito delle tempeste n il balenio delle folgori e nemmeno si pu capire quando sia giorno, se non aprendo le finestre. C' anche accanto una piccola stufa. E quando io mi ritiro qui mi pare di allontanarmi dalla stessa mia villa. Mancano s le fontane, ma ci sono molti pozzi di acqua buona e fresca.
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Le vicine selve ci forniscono le legna e la vicina Ostia tutto il resto che abbisogna alla vita. Il lido  ornato di moltissime ville. Il mare non abbonda certo di pesci preziosi ma non vi mancano sogliole ed ottime squille. Abbonda anche il latte perch nei dintorni pascolano molti greggi. Non vi paiono sufficienti ragioni, queste, conclude Plinio al suo amico Gallo, perch io ami un tal ritiro e venga spesso a dimorarvi? se non viene anche a te tal desiderio,  segno che tu sei troppo cittadino.
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Ma altrettanto chiaro e diffuso  Plinio nel descriverci le sue giornate nella villa Toscana. Ascoltate: "mi desto, a mio piacere, - egli ci dice, - ma sempre al nascere del sole, e lascio per un poco chiuse le finestre perch nel silenzio e nelle tenebre l'animo sembra alimentarsi di nuovi sentimenti, e la mente, non distratta dagli occhi, si nutre di nuovi pensieri.  l'ora del meditare e del comporre: poi chiamo il copista e gli detto ci che ho preparato. Alla quarta o quinta ora (cio verso le dieci giacch i Romani contavano le ore del giorno dal nascere del sole) secondo si presenta la giornata, vado in giardino o nel portico, salgo poi in carrozza o faccio una passeggiata a piedi o a cavallo e leggo con attenzione e a voce alta; faccio esercizi fisici, mi ungo il corpo e prendo un bagno. Qualche volta vado a caccia, non mai per senza il necessario per scrivere, affinch anche se non si prende selvaggina io possa riportare a casa qualche cosa. Do udienza ai coloni per un certo tempo che essi trovano sempre troppo breve e le loro rustiche querele mi rendono pi cari i miei studi e le mie occupazioni. .
Venuta l'ora dei pasti, quando sono con mia moglie o con poca compagnia si legge un libro. Dopo la cena ci si diverte un poco ad ascoltare canti e suoni e si passeggia poi con gli amici in liete ed erudite conversazioni. Cos si passa la sera e la giornata bench lunghissima pare finisca in un momento".  passato un secolo e pi dal tempo di Orazio: eppure Plinio, all'epoca di Traiano, conduce la sua vita in campagna come il poeta augusteo e come la conducevano, durante il turbolento periodo repubblicano, e Scipione e Cicerone, e tanti altri.
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Anche al tempo di Marco Aurelio si constata la stessa cosa. Quando questi nel 161 si ferm a villeggiare alcuni giorni sul litorale ostiense, su cui si estendeva una linea non interrotta di ville cos che la spiaggia da Ostia a Lavinium sembrava, come dice Plinio, una sola immensa citt, M. Cornelio Frontone, precettore dell'imperatore, gli scrive consigliandogli di riposarsi sulla sabbia sdraiandosi al sole, facendo gite in barche, dimenticando gli affari dello Stato e mangiando frutti di mare.
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Mutano i tempi e gli uomini ma la villeggiatura resta per i Romani un tranquillo sereno rifugio e riposo dalle cure della citt. Non altro si cerca, non altro si richiede da essa.
Ma appunto perch la villeggiatura dei Romani era suggerita dalle stesse necessit e dagli stessi desider che anche oggi cerchiamo di soddisfare, noi ritroviamo ruderi di ville romane nei luoghi pi suggestivi e pi remoti dell'Italia nostra. Prima di noi le hanno scelte loro, imperatori e cittadini di Roma, le villeggiature pi amene; ci han tolto la gioia di essere dei precursori ma ci han dato l'orgoglio di sentircene eredi.
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GUIDO CALZA.
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FINE.